STANDARD DI LAVORO
del Cocker Spaniel Inglese
Prefazione Caratteristiche generali L'andatura Il Lavoro
Prefazione
Lo Standard
ufficiale di lavoro, viene redatto e
descritto da ciascun paese in base
all’impiego in funzione delle
possibilità faunistiche e di habitat,
purché non esorbiti dalle prestazioni
richieste alla razza create con la
selezione nel paese di origine e ne
rispetti e tuteli i caratteri di base
dell’attività funzionale.
Per redigere lo
Standard di lavoro di una razza di cani
da caccia è razionale domandarsi a cosa
essa serve, in quanto ausiliare del
cacciatore e con quale prassi di lavoro
le spetta di assolvere il compito,
perché questa possa rendersi
concretamente utile e redditizia nella
maniera più semplice.
Lo Standard di
lavoro deve suggerire un indice di
valutazione medio del valore delle
prestazioni, tale che sia accessibile a
tutti i soggetti portatori di insigni
caratteri tipici della razza, anche se
non tutti possono essere in grado di
conseguire un risultato massimo.
La prova non è una
gara a chi arriva primo, ma un’accurata
forma di selezione tecnica in base ai
canoni caratteristici della razza. La
prova non è l’occasione per eseguire
delle micidiali battute di caccia, ma
bensì è lo strumento valutativo con cui
si misurano e si computano i caratteri
basici dell’attitudine alla caccia dei
soggetti in concorso.
Il numero
nuovamente crescente di Cocker Spaniel
Inglesi utilizzati a caccia e alle prove
di lavoro è assolutamente incoraggiante,
ma è necessario fare attenzione al
negativo utilizzo di soggetti
impropriamente denominati “Cocker da
lavoro”, totalmente al di fuori dai
canoni tollerabili della razza. E che
questa presenza non arrivi a inquinare
sovrastando in maniera irreparabile il
lavoro di selezione che con tanta
abnegazione è stato ottenuto sino a oggi
e che continua a produrre campioni
assoluti. In tal senso si rende
improcrastinabile l’adozione
dell’effettivo strumento valutativo
delle prestazioni pratiche che è appunto
lo Standard di lavoro.
È il momento di
fissare i criteri tecnici valutativi con
i quali si potranno formulare, con
assoluta uniformità, gli indirizzi
operativi della razza onde far sì che a
fronte delle inerenti manifestazioni
cinotecniche gli allevatori possano
trarre i necessari spunti orientativi e
di confronto costruttivo per la
selezione allevativa.
Il Cocker Spaniel
Inglese è una varietà tra le tante della
grande famiglia degli Spaniel,
estremamente diversa da tutte le altre,
pertanto ascrivente di singolari
caratteristiche ed esclusive peculiarità
e come tale deve essere incoraggiata e
tutelata nella conservazione delle sue
personali particolarità.
Lo Standard di
lavoro si colloca in equanime posizione
normativa al Regolamento Generale per le
Prove di caccia e al
Regolamento
Nazionale e Internazionale per le Prove
di lavoro per Spaniel e con i quali si
dota delle appendici di ordinamento e
delle modalità classificatrici
necessarie a emettere le indispensabili
indicazioni di selezione.
Caratteristiche generali
Il Cocker Spaniel
Inglese è un cane di un’intelligenza
straordinaria, dotato di un meraviglioso
istinto per la caccia.
Di carattere è
estremamente allegro, spigliato e sicuro
nei rapporti con le persone e gli altri
cani. Si distingue dagli altri Spaniel
per il portamento fiero, distinto ed
elegante. Non è mai remissivo di fronte
a situazioni anche se più grandi e
difficili della sua portata, anzi è
coraggioso, caparbio se non intrepido.
Di struttura fisica
ben equilibrata, compatto e armonico
nella sua costruzione. La massa
muscolare deve essere ben sviluppata per
dare energia, fluidità e resistenza alla
fatica in funzione del lavoro. Si
preferirà un Cocker di giusta
dimensione, grandezza fisica rispondente
allo standard morfologico, in quanto ha
come sua unica, peculiare e distintiva
caratteristica di razza quella di essere
il più piccolo tra tutti gli Spaniel
inglesi da caccia. Se troppo piccolo e
troppo leggero non disporrà dei
necessari mezzi fisici per una corretta
e prolungata azione di caccia, anche se
a volte a fronte di un’eccessiva
iper-nevrilità, riesce a sopperire con
la mentalità e il carattere a certe
limitazioni strutturali, allontanandosi
però dal corretto equilibrio
psico-morfologico tipico della razza.
Se troppo grande in
ogni sua misura, non sarà più
rispondente al suo caratteristico modo
di lavorare e al suo precipuo utilizzo,
oltre a contraddire la sua stessa
caratteristica fondamentale di razza che
lo annovera come lo Spaniel più piccolo
fra tutte le altre razze di Spaniel
inglesi.
La corporatura deve
presentarsi forte con un profilo
generale compatto e ben muscolosa, il
rachide deve essere forte e solido, la
linea dorsale tendente all’orizzontale
(né cifotica, né lordosica), il rene
corto e largo che si fonde in una solida
groppa leggermente inclinata. Il torace
deve essere ben ampio senza essere
eccessivo nell’altezza, quella giusta è
in linea con i gomiti. Gli arti ben
angolati, in particolare gli arti
pelvici. Il collo deve presentarsi ben
inserito tra le scapole, ben muscolato e
di giusta lunghezza, ma mai deve essere
corto o troppo lungo. La testa deve
avere un buon cranio, il tartufo ben
proporzionato e con narici aperte, il
muso di pari lunghezza con il cranio e
con buona quadratura. Gli occhi non
devono essere prominenti, ma di giusto
incasso nelle orbite con palpebre ben
aderenti per una efficace protezione da
eventuali gravi incidenti dovuti al
contatto con la vegetazione.
Il Cocker Spaniel
Inglese è iscrivibile in un rettangolo
molto compatto: l’altezza al garrese
deve uguagliare la distanza dal garrese
stesso all’inserzione della coda.
L’andatura del Cocker è il galoppo
ordinario, vivo ed efficace, adattato
nella frequenza delle battute a seconda
del terreno. Questa particolare
struttura, tipica del trottatore nelle
angolazioni degli arti ed estremamente
compatta e corta nella lunghezza del
tronco, quindi più consona al
galoppatore, gli conferisce
un’eccellente flessibilità nella
variazione dell’andatura passando
spontaneamente dal trotto, utilizzato
per cacciare in folto e per dirimere le
piste più delicate e complesse – da vero
e proprio “meticoloso” cacciatore qual è
–, al galoppo utilizzato prevalentemente
nel vagliare terreni aperti utilizzando
l’aria.
Il galoppo deve
essere sostanzialmente continuo, brioso
ed energico mai veemente e irruento
(doti tipiche delle razze Spaniel di
maggiori dimensioni).
In funzione di
effettive circostanze dettate dalla
contingenza del momento, può moderare la
velocità fino a cambiare passo, onde
poter attuare brevi e motivati
accertamenti su piste o segnali
olfattivi particolarmente deboli o di
difficile interpretazione, finanche
perseguire tenacemente la passata di un
selvatico con la meticolosità e la
caparbietà che notoriamente
contraddistingue questa razza.
La spinta del
posteriore deve essere vigorosa ma non
impetuosa, il galoppo del Cocker non può
dunque essere caratterizzato da tempi di
battuta brevi, raccolti e violenti.
L’arto pelvico nell’azione di spinta non
deve rimanere sotto di sé e tanto meno a
fine battuta deve produrre alcuna sorta
di scalcio, ma interagire con gli arti
anteriori in una falcata moderatamente
raccolta. Le membra toraciche si
estenderanno senza sbracciare garantendo
una perfetta sincronia con l’azione
combinata e propulsiva degli arti
posteriori, coprendo un’ampiezza
d’appoggio equilibrata alla spinta di
movimento innescata dagli arti
addominali. L’andatura autentica del
Cocker è individuabile in un galoppo dal
movimento leggero ed elegante,
sostanzialmente meno veloce e meno
potente di quello dello Springer. Il
galoppo non si deve presentare né
estremamente eretto sugli arti né tanto
meno flesso e serpeggiante (negato dalla
costruzione stessa del tronco), ma
lineare, morbido ed elegante.
Come per tutti gli
altri Spaniel da terra, il terreno
ideale del Cocker è quello coperto da
vegetazione (erbaccioni o gerbido,
bosco, sottobosco o tagliate di bosco
rinato, macchia di roveti o macchia
mediterranea, falaschi o sponde di
ambienti lacustri e altri terreni
corrispondenti a questa tipologia)
all’interno della quale vi trova vieppiù
rifugio la selvaggina. Luoghi di caccia
questi nei quali gli Spaniel ottimizzano
le loro attitudini venatorie. Il Cocker
anche in funzione delle diversa
struttura fisica, la quale è
notevolmente più minuta rispetto agli
altri Spaniel inglesi, si differenzia
nel trattare e affrontare la
vegetazione. Per il Cocker è
caratteristico l’accedere all’interno
dei forteti della vegetazione tramite
una vera e propria forma di utilizzo
degli accessi naturali e/o realizzati
dagli animali selvatici, tipo: fore,
gattaiole, cunicoli, radure ecc. ecc.,
insinuandosi tra gli ostacoli con
procedura meticolosa, scivolando sotto
la copertura con agilità e silenzio
quasi felino. Si usa definire tale
processo di cerca: “scava sotto”.
Mentre lo Springer, a differenza del
Cocker, preferisce sfondare l’ostacolo
penetrandovi d’impeto o di slancio anche
dal di sopra. È sovente che in azione di
caccia in superfici più o meno coperte
da vegetazione possa, anche a causa
degli intrighi arborei, ridurre
l’andatura di galoppo finanche passare a
un’azione di trotto purché veloce e
sbrigativo, lavorando e interpretando le
emanazioni che provengono dal terreno
con dei frequenti “colpi di naso”. Meno
è coperto il terreno e più sarà indotto
ad accelerare l’andatura e a utilizzare
maggiormente il naso per via aerea onde
reperire gli effluvi portati dal vento.
Le emanazioni più
fresche saranno lavorate con sicurezza,
risalite con grande precisione e
determinazione fino all’ubicazione del
selvatico, ma sempre in silenzio.
Saranno tollerati i colpi di voce, solo
se emessi come manifestazione di estrema
determinazione nell’inseguire dentro
alla vegetazione fitta uno scaltro
selvatico che non vuol farsi raggiungere
dal cane. Se invece sono dati all’involo
del selvatico fuori dalla vista del
conduttore come avvertimento
dell’avvenuto involo o schizzo del
selvatico è addirittura attitudine da
considerare come meritoria di un
autentico e intelligente ausiliare.
Altre forme di dare la voce sono
ingiustificate nell’azione di cerca
durante la decifrazione delle
emanazioni; sono indesiderate poiché
allarmerebbero la selvaggina inducendola
a involarsi o partire anticipatamente
all’arrivo del cane. Il lavoro di
pistaggio esercitato su ampie distanze e
per lunghi periodi, pur essendo
attitudine facilmente incoraggiabile,
non è desiderabile, altrimenti rischia
di far divenire la prestazione alla
stregua di una mera azione da
simil-Segugio. Particolarmente nel turno
di prova, dove lo spazio temporale
concesso è limitato, il pistaggio dovrà
essere altresì rapido e deciso onde
forzare la selvaggina nella distanza
utile allo sparo del conduttore. La
distanza del raggio di cerca è di norma
quella di buona utilità al tiro di
fucile (25-30 metri), anche se il più
delle volte tale equilibrio di cerca è
pressoché dettato dalle condizioni,
ambientali, arboreo-vegetative e dalla
conformazione del terreno. Pertanto si
considera di buona utilità anche
l’azione di cerca effettuata al di là
della canonica distanza di tiro, purché
sia concessa e gestita in ogni aspetto
dal conduttore e che l’eventuale
incontro di qualche selvatico possa, per
effettivi aspetti pratici, rendersi
funzionale al cacciatore.
In sostanza un
Cocker può essere totalmente fuori
“mano” anche se caccia a poche decine di
metri dal fucile (ad esempio all’interno
di boschi fitti che rendono ostruttivo
il controllo visivo nei confronti del
cane da parte del conduttore, oppure se
completamente indifferente ai richiami o
ai comandi impartitigli); più facilmente
sarà considerato “fuori mano” allorché
la sua azione sarà esercitata
costantemente a distanze tali da non
poter rendere fruibili i selvatici
trovati oltre la portata di tiro del
fucile; di contempo sarà altresì
considerato fuori mano se non ubbidiente
ai comandi o se non collegato con il
conduttore, un Cocker totalmente
indipendente è deleterio al corretto
utilizzo dello stesso a caccia.
La metodologia di
cerca dovrà essere attuata a seconda del
terreno trattato: in gerbido o in
terreni sostanzialmente aperti sarà di
ampi lacet laterali sviluppati
tendenzialmente davanti al conduttore in
progressione di incrocio nella direzione
di perlustrazione intrapresa, la
geometria degli stessi è prevalentemente
ordinata con un’indagine analitica del
terreno. A tale proposito non è
possibile, sia per le caratteristiche
psico-strutturali del Cocker, delle
condizioni del vento, della vegetazione,
della scaltrezza dei selvatici,
pretendere un’univoca copertura
dall’inizio alla fine del lavoro, ma
sarà adeguata di volta in volta in base
alle condizioni strutturali/ambientali
del momento. In bosco il metodo di cerca
deve essere sostanzialmente ordinato e
proiettato nel modulare l’ampiezza dei
lacet in stretta correlazione
alla visibilità concessa dalla
vegetazione del sottobosco evitando
sfondate insensate in verticale lungo la
direttrice di marcia, ma bensì,
ispezionando ogni dove con buon metodo e
in completo collegamento. Nei tragitti
di caccia lungo bordi di bosco,
sieponali, argini o quant’altro vincoli
l’attività di cerca su di un preciso
lato, l’azione di battuta sarà impostata
prevalentemente sul terreno che per
fattiva formazione può determinare un
naturale rifugio alla selvaggina. Se
prima di addentrarsi nella vegetazione,
il nostro ausiliare, compie una scorsa
al di fuori al fine di verificare la
presenza di un’eventuale pista esterna è
funzione di gran perspicacia. Poi una
volta fatto tale tipo di accertamento il
lavoro dovrà essere svolto
minuziosamente all’interno della
vegetazione con continue uscite
all’esterno per non trascurare anche il
terreno dalla parte opposta e per
mantenersi in collegamento. Una volta
agganciata una pista il ritmo di
esecuzione sulla stessa sarà basato
soprattutto dall’entità dell’orgasmo del
selvatico, se più o meno leggero. Questa
è la fase più ammaliante ed emozionante
dell’intero lavoro, l’andatura sarà
vieppiù determinata, la coda è mossa
freneticamente a segnalazione
dell’importante lavoro di scovo, la
testa sarà abbassata al di sotto della
linea dorsale, più vicino possibile al
terreno per captare meglio l’emanazione,
tutti i suoi atteggiamenti saranno di
massima eccitazione, dimostrativi nei
confronti del conduttore dell’imminente
frullo o schizzo del selvatico, movenze
espressamente chiare così com’è
l’immobilità del cane da ferma davanti
al selvatico. Il tutto non è solo
superfluo atteggiamento stilistico, ma
intelligente e concretissima
collaborazione del cane nei confronti
del conduttore nel fornire il prezioso
preavviso della presenza del selvatico.
Se l’ausiliare non dà una buona
espressione di avvisaglia del contatto
con l’emanazione, l’impressione è che
sia incappato casualmente sul selvatico.
È demerito da penalizzare.
L’espressività della presa di punto deve
essere sempre massima e particolarmente
lapalissiana di quanto sta accadendo, la
pista deve essere lavorata con velocità
e decisione, se nel pistaggio si alza un
selvatico al lato o addirittura dietro
al passaggio del cane deve lasciare che
lo stesso concluda il suo lavoro perché,
soprattutto in presenza di altri
selvatici, il pistaggio di uno può
portare ben oltre la dimora degli altri.
Se terminata l’azione, il cane non mette
in movimento il selvatico segnalato e
avvisato, significa che non ha saputo
leggere e interpretare correttamente la
traccia dell’animale in fuga, quindi, a
seconda degli eventi, si tratterà di
sorpasso o trascuro di selvaggina utile.
Può avvenire in alcuni casi in cui il
selvatico sia immobile, che il cane
interrompa l’azione e manifesti un
attimale accenno di ferma, oppure che
brevemente esiti nel forzare la
selvaggina. Questo non costituisce altro
che un pregio e una raffinatezza
ulteriore, segnalatrice dell’elevato
equilibrio mentale del cane, che così
facendo evita, nel corso della pistata,
di sorpassare il selvatico fermo o
infine di dare il colpo conclusivo di
scovo in maniera imprecisa. Il cane di
contro però deve sempre manifestare
l’alto stato di eccitamento, il
movimento di coda deve rimanere acceso e
frenetico e all’ordine del conduttore
dovrà obbligatoriamente forzare senza
indugi la selvaggina. Se invece al
momento dell’accenno di ferma, il cane
dimostra insicurezza o scarsità di
verve, pochezza nella determinazione
conclusiva o finanche timore del
selvatico, il tutto deve essere
seriamente penalizzato.
Se invece l’azione
di scovo del cane trova la naturale
conclusione con la determinazione esatta
del punto di messa in fuga del selvatico
davanti al muso del cane, proprio nel
momento in cui il cacciatore imbraccia
l’arma per sparare, si esigerà
l’assoluta immobilità allo schizzo o al
frullo, onde evitare che si frapponga
nella linea di tiro. La motivazione
principale è facilmente intuibile in
quanto l’eventuale rincorsa o il
tentativo di protendersi per ghermire la
preda, potrebbe risultargli fatale o
fortemente lesivo alla sua incolumità.
Un altro valido aspetto per cui si debba
pretendere l’immobilità del cane alla
partenza del selvatico è prettamente
insito nel fatto stesso che esso possa
visivamente cogliere meglio l’esatta
linea direttrice della parabola di
caduta del selvatico e infine
dell’esatta ubicazione dello stesso capo
abbattuto sul terreno. Un avventato
inseguimento di un selvatico, magari
anche non colpito, può causare l’incauto
involo o partenza di altra selvaggina
presente nei paraggi, il che può
avvenire nel momento in cui il
cacciatore si trova con l’arma da
ricaricare.
La marcatura del
punto di caduta deve essere la più
precisa possibile. Nei casi in cui il
cane abbia una parziale o totale
ostruzione del campo visivo e per
assicurarsi la visuale si porti di sua
iniziativa in posizione atta a
soddisfare una migliore prospettiva
visiva per meglio localizzare e
memorizzare il punto d’impatto del
selvatico colpito con il suolo, questo
gesto non deve mai essere interpretato
come elemento di demerito ma altresì
come dote di intelligenza e sagacia di
buon ausiliare.
Una volta colpito
il selvatico, volatile precipitato al
suolo, lepre o coniglio rotolati per
terra, si concede al cane di andare a
eseguire il riporto.
Il riporto, una
volta localizzato il punto di battuta e
assicurato il selvatico con buona presa
tra le mandibole, è da pretendersi
sollecito e gioviale, portato con testa
alta che scarichi il peso sulle spalle.
Al trotto o al galoppo, non fa
distinzione purché sia sempre brioso con
il movimento di coda ben attivo e
frenetico. Il leccare la preda, il
cercare di spiumarla, il non voler
abboccare o semmai di farlo con poca
convinzione, sono aspetti di demerito
che andranno valutati nella circostanza
del caso. Cosa differente sarà invece la
manifestazione di caparbietà nel voler
meglio sistemarsi il selvatico per una
migliore presa, ancor di più se il
selvatico risulta essere ancora vivo e
cerca di svincolarsi dalle fauci del
cane. Si dovrà prestare attenzione al
tipo di vegetazione o conformazione del
terreno in cui è caduto il selvatico
stroncato dalla fucilata, in quanto un
fagiano di quasi due chili o una lepre
di quattro-cinque, non è certo un comodo
bagaglio per un Cockerino di dodici
chili, e a volte gli intrighi della
verzura sono tali da rendere quasi
impossibile il passaggio del cane con in
bocca il selvatico. Se il Cockerino si
aiuta trascinando la preda, avendola
abboccata per un’ala, per una zampa o
per il collo, questo deve essere
tolleratissimo, anzi, considerato come
effettiva dimostrazione di caparbietà e
di volontà estrema a sopperire alle
difficoltà create dalle condizioni
ambientali. Talvolta il cane, dopo aver
abboccato la preda, agita la testa con
violenti scossoni per vincere la
resistenza dell’animale che intende
ribellarsi. Il giudice distingua la
presa forte dal dente duro, ossia il
vizio di infierire sulla preda. La presa
forte è motivata dal fatto di non
concedere ulteriore possibilità di fuga
al selvatico, specialmente se è ferito
in maniera lieve e si difende come può
nei confronti del cane; diversamente il
dente duro è la chiara manifestazione di
volontà di infierire sul selvatico,
specialmente se morto, inerte o nella
totale possibilità di ribellarsi.
Talvolta, a fronte di un combattuto
recupero, il selvatico può presentare
delle lesioni sulle regioni dorsale e/o
caudale. Anche se di primo impatto la
cosa può apparire come elemento da
penalizzare, ma altresì potrebbe invece
essere la conseguenza di una difficile e
laboriosa cattura. Il giudice dovrà
valutare se simili lacerazioni sono
dovute alla diretta volontà del cane o
se sono dovute a situazioni estranee al
cane stesso come per esempio dovute alla
fucilata, alla caduta dello stesso o ad
altro ancora... comunque nel caso di
eventuali aspetti dubbiosi in merito si
debba protendere in favore del cane.
Se il cane si
rifiuta di abboccare, quindi di
riportare un selvatico dilaniato da una
maldestra fucilata, ne ha tutto il
diritto, anzi non deve essergli inflitta
alcuna penalità, purché lo scempio sia
evidente e constatabile.
Se il selvatico
dopo essere stato colpito riesce a
sottrarsi dal punto di battuta al suolo
o dal punto dove è stato colpito dalla
schioppettata utilizzando le forze
rimastegli, allora il riporto si evolve
in recupero. E se il cane non può
inseguire a vista deve obbligatoriamente
lavorare di naso onde meglio decifrare
la pista. Più precisamente e velocemente
riuscirà ad agganciare l’usta più sarà
diretto e funzionale il recupero. In
queste evenienze la cerca più è
indirizzata a lavorare nella direzione
di fuga del selvatico più risulterà
risolutiva e meno logorante in
andirivieni disordinati, caotici e
ansiosi. I quali atteggiamenti
ingaggiati con atti di impeto smodato a
seconda delle circostanze possono
rivelarsi anche dannosi o disturbativi
alla eventuale possibilità di altra
presenza di selvaggina, vanificando di
fatto altre occasioni di carniere. Molto
può dipendere da un buon addestramento
del cane a eseguire correttamente la
forma del riporto cieco a comando. A
ogni buon conto è da evitare l’invio al
riporto su lunghe distanze.
Nel tragitto di
rientro è concesso al cane di
riaggiustarsi la presa, anche
riappoggiando in terra la preda per poi
riabboccarla prontamente onde continuare
e ultimare l’azione in funzione di ciò
dovranno essere valutati alcuni fattori
come la distanza del riporto, la mole
della selvaggina, le diverse condizioni
ambientali e ogni qual cosa possa
complicare l’espletazione.
Il riporto
dall’acqua, in quanto eseguito in
situazione non accessibile all’uomo, è
da considerarsi come recupero.
La preda riportata
o recuperata deve essere porta in mano
al conduttore con gaiezza come se lo
volesse omaggiare dell’ambita preda.
Comitato Tecnico del Club Italiano
Spaniel - Sori, 26 giugno 2006
(approvato dal Comitato Consultivo degli
Esperti dal Consiglio Direttivo dell’ENCI
il 3 ottobre 2006) |